CONTRIBUTI

La pittura non è morta per una questione di moda, di gusti, o per chissà quale altra ragione, ma semplicemente perché le è stato tolto il terreno sotto i piedi, è venuto meno quel mondo, con tutto il sistema di valori che giustificava la pittura: il mondo dei grandi postulati, dei grandi progetti, dell’utopia che aveva generato le avanguardie, sia politiche che estetiche ...
GM. MONTESANO
Non faccio che ricostruire, fotogramma per fotogramma, i passaggi dello sprofondamento del mondo dentro la propria immagine. Poichè, per esser chiari e politicamente "scorretti", dire mondo per me significa dire Occidente, ricostruisco i passaggi dello sprofondamento dell'Occidente dentro le immagini dell'Occidente.
GM.MONTESANO
Comincia così, con un paradosso, la storia di Gian Marco Montesano: convinto che la pittura sia finita, eppure pervicacemente pittore. Ma la sua posizione non è quella di chi fa di tutto per soccorrerla, per riportarla all'antico splendore. La posizione di Montesano verso la pittura è più complessa, eccentrica e, allo stesso tempo, chiarissima. Disilluso, cinico, freddo, la utilizza non per la sua bellezza o per il suo potere evocativo. Ormai cadavere, la disseziona e la analizza. Ne ripercorre le classificazioni: il ritratto, il paesaggio, la natura morta, le scene di genere. Nel modo apparantemente più banale: semplicemente dipingendo. Anche "male", talvolta, tanto per chiarire che non è la qualità artigianale che lo interessa. Uomo di un'altra generazione, ma più giovane di molti giovani pittori, sa che la pittura non può oggi che raccontare se stessa, come oggetto di autopsia sul tavolo di anatomia patologica.
Se la pittura è morta, è morta anche la Storia. La caduta delle ideologie e dei valori porta nel baratro della dimenticanza anche la trama degli eventi, quella concatenazione di cause ed effetti a cui tutti, umanisticamente, ci sentiamo ancora un pò aggrappati, e che la pittura ha rappresentato dall'avvento della borghesia europea alle avanguardie, anch'esse inesorabilmente borghesi.
Ma il gioco di Montesano è ancora più sottile.
La malinconia è un prodotto umanistico e Montesano la introduce con inganno. Gli serve per ricreare un gusto popolare, mentre lui popolare non lo è affatto. La pittura finisce, la Storia anche, restano solo le immagini che ci possono toccare perchè appartenenti a un sentire collettivo. Galleggiano, sperdute tra le altre, provocando un effetto di nostalgia (...)
Il suo è un esame freddo, distaccato. Per questo rischia di essere accusato da destra e da sinistra: visto come un rivoluzionario, che usa la pittura per minare il sistema dall'interno, oppure come un revisionista, che avvalla col suo gioco il gioco di tanti inutili pittori. Montesano sa che il bene e il male, il bello e il brutto, se ne sono andati con il secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Fascismo, nazismo, comunismo, sono sullo stesso piano, per quanto possa non piacere ai tanti ancora legati alle ideologie che, pure quelle, sono scivolate via insieme ai ricordi dei loro misfatti.
Oggi il primato va alla tecnologia, che assume in sè ciò che una volta era il lavoro specializzato, l'artigianato fatto con qualità. E la tecnologia non contiene giudizi, perchè non supporta punti di vista. Allora l'artista, se ancora lo si vuole chiamare tale, si fa macchina esso stesso, servomeccanismo di una generale caduta dell'io. Warhol l'aveva già capito: "Il suo desiderio ultimo era quello di diventare macchina. Le macchine sono perfette perchè non si oppongono a nulla, non criticano nulla", dice Montesano in un'intervista. Dunque la pittura è solo uno strumento, il più immediato, perchè ormai inserito quasi nel codice genetico dell'uomo, per raccontare questo cambiamento epocale.
Potrebbe sembrare un gioco di grande ambiguità. Di un cinismo smaliziato e perverso, che si prende beffa dei sentimenti e li travia. Ma al di là delle apparenze, il tema di Montesano non è la pittura. E nemmeno la storia. Il tema è ancora più vasto e generale. È quello centrale, sopratutto di questi tempi, da Hirst a Cattelan: la morte. La morte di Hirst è oggettiva, presentata tale e quale in una dissezione reale. La morte di Cattelan è tragicomica, coperta da un velo di ironia che sembra ancora consentirci di continuare a vivere. La morte di Montesano è l'assenza. La vita è stata risucchiata dalle immagini, divenute spettri opachi, ombre della memoria. Grande amico di Baudrillard, Montesano sa che la realtà è sparita, sostituita dai suoi simulacri. E allora cosa meglio della pittura, simulacro dei simulacri, può servire a raccontarla ?
Montesano sa troppo bene che ormai la storia dell'arte vale poco: un caterpillar ha spianato le differenze di valori,ha abbassato la Gioconda alla pubblicità della Ferrarelle e ha elevato la pubblicità ad arte con Andy Warhol. Più che alla pittura olandese, i suoi fiori si riferiscono a Sanremo. "Grazie dei fiori" è infatti il titolo della serie. Una canzone di Nilla Pizzi vale quanto un saggio critico per descrivere questa esplicita caduta dei valori, in una atmosfera di teatro da avanspettacolo, con un refrein che continua a suonare (...)
La scena come luogo del delitto. Cosa c'è di più mortifero del teatro, dove tutto ciò che accade è falso, prodotto da una luce direzionata o da una macchina per il fumo ? Montesano è cresciuto facendo la regia per Dodò d'Amburgo, prima di diventare transfuga in odore di terrorismo, filosofo rivoluzionario amico di Deleuze, Guattari, Baudrillard e Toni Negri, e infine artista, più per trovarsi un ruolo che per vocazione, più per gioco che per missione. Ma la dimensione scenica non l'ha mai abbandonata e oltre a continuare impunemente a scrivere e a dirigere pièce teatrali, il teatro affiora anche nei lavori artistici. Teatralità è infatti il segno di questi grandi fiori, e come ogni dramma non è mai vero (...)
Prendiamo i fiori, ultima produzione dell'artista. Fiori giganti, ipercresciuti, bulimici. Maestosi, rigogliosi, ma in realtà immagini troppo belle di una flora senza linfa. Fiori del male, che la società dello spettacolo ha fatto crescere a dismisura, ma che contengono il veleno della loro morte.
Quello che Montesano commette è dunque un delitto, è lui che ha ucciso la pittura. Dietro le mentite spoglie del soccorritore, infligge l'ultimo colpo alla vecchia signora. Sembra amarla, la pittura, sembra difenderla, ma in realtà la uccide perchè ne svela l'inattualità, la perdita dell'aura che l'ha finora mantenuta in vita. E come ogni assassino che si rispetti, torna sempre sul luogo del delitto.
Può apparire un paradosso: è un pittore il killer della pittura.
FABIO CAVALLUCCI
A Montesano non preme la specificità di linguaggio della pittura, le sue possibili declinazioni, i suoi raccordi retrospettivi; non gli interessa fare i conti con la sintassi figurativa, l'eredità colta.
La pittura è un semplice commutatore, una sorta di acchiappafulmini da scaricare nel terra-terra della documentazione, essa non aggiunge nulla di se stessa a ciò che tocca ...
ALBERTO MUGNAINI
(...) Qualche volta, per contaminazione, come avviene in qualche retroscena di teatri, i personaggi di uno spettacolo si mischiano con quelli di un altro, le belle del lago dei cigni con una corta marziale, le adolescenti di un collegio americano dai denti sani e dal sorriso assicurato da una polizza con il ritratto di Hitler, l'altarino-macchina da cucire Singer e il Sacro Cuore di Gesù con due bambine restate sole nella casa (... )
e lì l'artista, frugando nella pattumiera della storia, va a mettere in salvo le sue figure (...)
Lì, i santini della devozione popolare (e anche i santini della devozione della universale classe media, le Marilyn e i Mao Tse-dong); lì, i ritratti smessi dei grandi dittatori e dei piccoli padri; lì, i busti traslocati di Lenin; e le macchine Singer, i Sacri Cuori, e le magnifiche rose; e le cartoline di saluti dalle nostre Dolomiti e dalla nostra Riviera.
Le cose che abbiamo eliminato dall'arredamento, tolto dall'album di famiglia, messo prima in soffitta e poi, più risolutamente, nella spazzatura, tornano a noi: riprodotte più grandi, somiglianti e quanto diverse, e del tutto inutili, finalmente.
Possiamo riammetterle, ed esserne riammessi.
ADRIANO SOFRI
Ci sono varie condizioni che differenziano la qualità artistica ed esistenziale, che a mio avviso sono sempre combinate, di Gian Marco Montesano che vanno dall'antagonismo, alla dissidenza, all'esilio, ma più di tutto, come recita la sua biografia, il fatto che si siano occupati di lui, oltre a giudici e poliziotti, critici, scrittori, politologi, filosofi (...)
Ciò, dimostra che la sua arte non è autorefernziale, non si spiega, per fortuna, all'interno di una tradizione disciplinare (...)
Ecco che l'artista diventa antagonista cercando di toglierci dall'eccesso scenico, rompendo l'accerchiamento tramite il trasporto e la trasformazione della forza dei media di immagini pacificate.
Si tratta di un antagonismo per arricchimento, il riferimento ad una condizione di guerra e sovversione di cui l'artista parla, perchè sa con Kurosawa (ancora un riferimento cinematografico) che: "... quando cominciano gli spari anche Cristo e gli angeli diventano Capi di Sato Maggiore".
GIACINTO DI PIETRANTONIO
Dopo i "santini" ecco i "bambini", "guardando il cielo". L'infanzia, la nostalgia, la luna, e di tanto in tanto un angioletto ad "occhieggiare". Risonanze leopardiane ?
Suvvia, siamo seri, non certo qui. Per ora non c'è tragedia poetica. Eppure, qui c'è un'altra tragedia, quella etica ed intellettuale di un uomo che non vuole essere travolto dal fiume dell'irrilevanza politica della "pittura colta". Come enirne fuori ? Come rompere questa asfissiante nullità ? Non è "via brevis" quella che Montesano ci propone (...)
Certo, è notorio che Gian Marco è un reazionario: è un pittore ed un filosofo che reagisce al moderno e ne rifiuta radicalmente le figure, tanto più quella alla moda dell'indefinitezza figurativa.
N.B.: Viva la reazione quand'essa ha questa capacità d'irrisione ! Dai reazionari si può apprendere più che da ogni altro maestro, recita l'adagio rivoluzionario !
Ciò detto, non abbiamo detto molto. V'è di più infatti: ed è che Gian Marco organizza la sua protesta nella forma della perversità. Ora, questa perversità è plastica e costruttiva.
Un momento costruttivo vero: non una verità tirata fuori dai rifiuti, o grattata fra le croste di una civilizzazione distruttiva, ma scoperta nella sua autentica luminosità. La sua operazione pittorica ha molti risvolti. Ce n'è uno volatile, francescano, infantile, popolare - e chi ci casca ? Ma ti lega.
C'è poi una scrittura precisa, chiara, di grandi masse di colore, di intera visibilità - è l'aspetto più provocatorio. Sei sottoposto ad una quantità di interrogativi brucianti. Tutto ciò ti comunica un malessere profondo. Un terzo risvolto, infine: ed è laddove scopri che il perverso effetto di soggezione ed il disagio di un incidente questionamento sono scossi e rovesciati dalla generosità della proposta poetica: ristabiliamo la strada verso la grande plastica del classicismo. La generosità del gesto è seicentesca, volontaria, assolutamente intellettuale: è da quest'altezza che essa piega dolcemente la riflessione e ti propone il sorriso; "Cadde l'incanto", e spezzato con esso, a terra sparso. Il giogo: "onde m'allegro".
Di nuovo Leopardi, questa volta a proposito.
TONI NEGRI
Caro Gian Marco, la tua grande opera mi entusiasma (in ogni caso è un'idea molto bella) e il pezzo che mi hai indirizzato mi è profondamente piaciuto.
Sono fiero di essere in un meraviglioso corteo (...)
Telefonami, riusciremo certamente a vederci.
Grazie di cuore, ti abbraccio.
GILLES DELEUZE
I "Sacro Cuore" sono le prime opere di Montesano che ho visto nel 1980. Mi ricordo che quei lavori (alcuni dei quali del 1975) mi erano apparsi quasi imbarazzanti a causa della loro ostinata sincerità accompagnata da un che di blasfemo (...)
Mi ricordavano vagamente alcune esperienze dei "Pictures" (Robert Longo, Cindy Sherman, David Salle) incontrati qualche anno prima a New York e sui quali - allora era un'esperienza ancora sconosciuta al grande pubblico internazionale - avevo chiesto di scrivere sia a Douglas Crimp che a Thomas Lawson.
Si trattava di un nuovo approccio alla rappresentazione che, non essendo più intesa come sostituzione della realtà, si stava trasformando nell'oggetto stesso di rappresentazione.
HELENA KONTOVA
La vicenda di Gian Marco Montesano, artista complesso e davvero imprevedibile, potrebbe anche farsi iniziare dal "Canto della fine", se non altro per dar peso al paradosso che tanta parte ha nell'opera, ma non solo nell'opera, di questo pittore estroverso e immaginifico.
La parola può pronunciarsi senza sospetto d'ironia quando si consideri che alle risorse di una ironica autocontestazione spesso Montesano ha voluto affidarsi, pagando naturalmente ben care le impennate d'intelligenza troppo accuratamente avvolte nel "tulle" dell'arte ludica o del disinvolto "divertissement" estetico.
Eppure a guardare bene la sua storia, son ben poche le cose che Montesano non ha preso sul serio, peccando magari per entusiasmo: che è, in molti casi e certamente in questo, l'altra faccia della maliconia.
Per chi appena li conosca questi antefatti bastano per insinuare qualche sospetto di dramma nella commedia brillante che il pittore ama recitare in superficie per non so qual pudore o ritegno dell'intelligenza portata a conflitto con i sentimenti ...
Chiunque potrà cogliere in questa rapidissima panoramica - che per l'artista potrebbe anche costituire un appagante "jeu de massacre" - il proporsi di una personalità inquieta, tormentata, insoddisfatta ma anche capace di dolcezze inaudite, di sentimenti condotti ad affiorare a livello di pelle con tutto il pudore dell'impudicizia che è proprio dell'arte e della poesia.
FRANCO SOLMI